Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione
Interventi Assistiti con gli Animali

Le 3 i: Inserimento, Integrazione ed Inclusione

Tre parole su cui fare chiarezza, perchè non è solo una scelta casuale di termini…

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

Inserimento, Interazione, Inclusione: tre termini su cui tantissimi pedagogisti hanno versato fiumi di inchiostro.

Il termine integrazione è emerso negli anni ’80, a seguito delle prime leggi sull’integrazione scolastica, per preparare ad una logica maggiormente incentrata sui bisogni della persona disabile.

Inclusione è un termine più ampio e si rifà alla necessità di rispondere in maniera più puntuale ai bisogni speciali.

Entrambi i termini però non possono sussistere senza comprenderne anche un altro e cioè quello di inserimento.

Inserimento-Integrazione-Inclusione portano in sé rispettivamente un’idea di sviluppo, di diversità e di persona.

Vediamo più da vicino il significato dei singoli termini

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

Il termine inserimento si riferisce ad una pura e semplice introduzione fisica. La logica dell’inserimento riconosce il diritto alle persone con disabilità di avere un posto nella società. Garantisce l’inserimento fisico, ma non interviene sulla qualità di questa presenza.

Il termine integrazione assume un’estensione più ampia puntando sulla qualità degli interventi. Punta l’attenzione sulla necessità di rimettersi totalmente in gioco.

Il termine inserimento invece indica una prospettiva ancora più ampia. Rappresenta una disponibilità ad accogliere, considerando a priori lo sfondo valoriale.

Inclusione ed accoglienza

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione
Diritto alla diversità

Sul piano dell’inclusione l’accoglienza non è condizionata dal volere della maggioranza, ma scaturisce dal comune diritto alla diversità. Diversità che potremmo comprendere ovviamente anche in senso più ampio, non comprendendo solo la disabilità, ma anche molteplici altre situazioni.

È sul piano dell’essere che diventiamo soggetti tutti uguali.

L’handicap obbliga a mettersi in gioco, a guardare la realtà da un altro punto di vista; obbliga a capire che ogni uomo non è importante per quanto riesce a produrre, per il posto in società che riesce a conquistare, ma perché è unico.

“In ogni persona esiste qualcosa di molto, molto particolare e prezioso” (Claudio Imprudente).

Presupposto fondamentale per superare alcune resistenze culturali è partire dall'”essere quale condizione che ci rende tutti uguali. Ogni persona vale ed ognuna è da valorizzare con le sue differenze.

Quindi è sul piano dell’essere che diventiamo soggetti tutti uguali, uguali anche se diversi.

La differenza che arricchisce.

Valorizzare le differenze

Mentre sul piano dell’esistere non c’è riferimento a quantità, sul piano della differenza le quantità si possono legittimare. Ciò fa sì che dividendo il mondo in “normali” e “anormali” gettiamo le basi per delle operazioni discriminanti.

Assumere il problema dell’handicap non come problema della discriminazione, ma come problema delle differenze, ci consente di impostare bene il discorso sull’inclusione.

Una scena del film “Dietro la maschera” – 1985

Se non avessimo le differenze verrebbe meno la percezione dell’alterità, ossia della diversità che si risolve in unità, ma non in confusione (dal latino –confūsĭo, confusionis- , cioè sciogliersi insieme).

L’uso di una terminologia errata sottende significati più profondi.

Finché si continuerà a parlare di “inserimento” delle persone disabili in gruppi di persone “normali“, di qualunque attività si stia discutendo, siamo anni luce lontano dal concetto di inclusione sociale.

Sviluppare una cultura dell’inclusione significa attrezzarsi non solo per accettare il diverso, ma disporsi a modificare continuamente il contesto. Per usare le parole di Giorgio Gaber:

soltanto sviluppando le risorse dell’ambiente può “rinascere il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo”.

È “qualcosa” che prima di proclamare bisogna trovare dentro sè stessi.

L’inclusione come l’acqua

H2O formula chimica dell'acqua

Per spiegare ancora meglio il concetto riprendo una similitudine fatta tante volte dal un mio professore universitario, ossia quello di una formula chimica. Prendiamo per esempio quella dell’acqua.

L’acqua è composta da 2 parti di H e da 1 di O. Cosa accade quando i due elementi si uniscono nel legame chimico? Di certo non si ha un aumento di H a scapito dell’O, ovvero non avremo H3, né viceversa avremo un aumento dell’O  a danno dell’H, ossia O3, ma avremo un uno stretto legame tra i due elementi proteso a formare semplicemente H2O, cioè un prodotto diverso dai due componenti iniziali: l”acqua”.

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

Nell’acqua però tutti e due gli elementi si ritrovano e tutti e due a pari merito. Viene meno la possibilità d fare confronti: se uno dei due elementi non partecipa al processo l’acqua non si forma!

Uscendo dall’esempio, ci deve essere un incontro a metà strada tra i due universi che permetta la relazione, cioè l’adattamento continuo alla novità dell’altro.

L‘inclusione si realizza quando determina una situazione nuova (l’acqua) alla quale tutti contribuiamo. In questa relazione ognuno dà secondo le sue possibilità, perchè l’unico piano sul quale si possono fare confronti è appunto quello dell'”essere”, cioè sul valore della persona.

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

Ognuno deve dare all’altro e deve essere disponibile al cambiamento.

Quando siamo in una relazione interpersonale ci modifichiamo: cambia qualcosa dentro di noi, altrimenti non potremmo parlare di relazione.

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Una scena del film “Quasi amici” – 2011

Per poter ottenere una vera inclusione e non un inserimento ci deve essere la disponibilità al cambiamento. Il nostro rapporto con il cambiamento, quindi con la novità, subisce uno stato ambivalente, quello cioè di desiderio e di paura. Lo desideriamo, ma la radice della resistenza è l’ignoto che costituisce sempre una minaccia. Noi infatti abbiamo bisogno di rapporti consolidati con le cose che conosciamo. Finchè ci sentiamo detentori di alcuni diritti che devono rimanere immutati non potremo mai avere inclusione.

L’inclusione sarà reale solo quando saremo disponibili a modificare certe nostre abitudini, dando la precedenza alla relazione, ma attraverso la reciprocità.

Da tutto ciò emerge che un processo riabilitativo ed educativo non può fare esclusivo riferimento al soggetto disabile, che si parli di Riabilitazione Equestre (argomento chiave di questo blog) o di qualsiasi altro intervento.

In questo discorso di crescita non interessa la quantità di apprendimento, ma interessano soprattutto l’uguaglianza di opportunità e le occasioni che vengono offerte allo sviluppo dei diversi soggetti. Fondamentali sono anche le alleanze tra famiglie, servizi… istituzioni di vario tipo sostenute, cosa non da poco, da normative coerenti.

Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

L’inclusione sociale nelle azioni quotidiane

Quanto la nostra società è vicina al concetto di inclusione sociale? E quanto lavoro c’è ancora da fare in tal senso?

Alla luce di quanto esposto fin’ora, vorrei invitare ad una riflessione: quante volte accanto all’espressione “inclusione sociale” segue immediatamente con molta nonchalance anche: “dei disabili”?

Vorrei concludere la riflessione citando una frase di  Jacopo Mellio:

“Quando inizieremo a vedere un disabile come una persona ordinaria anziché “speciale” sarà una grande conquista per la società”.

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Pedagogista; Coordinatore Tecnico di Riabilitazione Equestre; Responsabile di Progetto e Referente di Intervento EAA; Coadiutore del cavallo; Tecnico EDA II livello Sef Italia.

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