• mani sulla staccionata del maneggio
    Disabilità,  Inclusione Sociale

    Cosa significa inclusione sociale?

    Quali insidie si celano nella vera inclusione?

    inclusione sociale

    Cliccando genericamente “inclusione sociale” su un motore di ricerca, la prima pagina che viene fuori è quella di Wikipedia, dove si legge:

    “Il termine inclusione sociale si riferisce alla società e alle sue attività inclusive. Abbraccia numerosi aspetti e ambiti tra i quali l’inclusione scolastica e l’inclusione lavorativa. Il fine ultimo dell’inclusione sociale è garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società indipendentemente dalla presenza di elementi limitanti”.

    Ma cerchiamo di fare chiarezza su questo termine. Negli ultimi tempi si sente parlare spesso di inclusione, ma a che cosa si riferisce questo termine? Nel concreto che cosa significa inclusione sociale?

    Proviamo a fare chiarezza. L’esempio del cubo di Rubik

    Per entrare nell’argomento sfrutterò un esempio portato dal Prof Dario Ianes in un recente convegno, ossia quello del cubo di Rubik.

    Sappiamo tutti cosa è un cubo di Rubik e a cosa serve:

    cubo di rubi

    Bene, immaginiamo di voler rendere fruibile questo twisty puzzle 3D anche ad una persona cieca. Come dovremmo fare? Una delle soluzioni proposte potrebbe essere questa:

    Cubo di rubrik inclusione sociale

    La persona non vedente potrebbe in questo modo utilizzare il cubo di Rubik e tutti avremmo la sensazione di aver fatto qualcosa per includere il soggetto “disabile” poichè abbiamo provveduto ad una sua esigenza.

    Un reale approccio all’inclusione sociale

    Ma un reale approccio all’inclusione sociale non vuol dire predisporre di proposito qualcosa per qualcuno che ha delle esigenze particolari. Una reale ottica inclusiva è quella di progettare in partenza, a priori, un qualcosa che sia fruibile da TUTTI, comprese le persone con esigenze particolari.

    Nell’esempio appena fatto, un cubo di Rubik in ottica realmente inclusiva sarebbe allora questo:

    Cubo Rubik e Braille
    Immagine presa dal sito: https://www.braillechile.cl

    Un progetto nato per essere fruibile da tutti

    Progettare oggetti, idee, percorsi specifici per determinate “categorie” di persone significa ragionare in termini di “inserimento” e non di “inclusione”.

    Inclusione vs Inserimento
    Inclusione vs Inserimento

    La differenza non è solo nel termine utilizzato, ma sottende un sottile significato. Se io includo un soggetto “diverso” (nella società) me ne faccio carico, lo rendo partecipe in tutto, cambiando le mie abitudini per inglobarle a quelle del soggetto che includo.

    Se io inserisco un soggetto “diverso”, mi limito a progettare percorsi specifici e adattati che lo rendano idoneo a partecipare alle realtà esistenti e progettate per le persone cosiddette “normali”, adibendo percorsi specifici ed esclusivi. Non c’è nulla di inclusivo in quest’ottica. La vera inclusione è un incontro a metà strada. Per essere realmente inclusivi è necessario adattarsi all’altro e prendere in considerazione entrambe le parti del processo inclusivo, non una soltanto.

    Inclusione sociale come processo culturale

    Progettare percorsi specifici per disabili significa preparare il terreno ad una differenziazione che allontana dall’ottica inclusiva. È un processo culturale.

    Bisogna prestare molta attenzione e riflettere su quanto ognuno di noi è disposto all’accoglienza. Un’inclusione che eluda da questo presupposto, sarà sempre e solo un mero inserimento.

    Se sei interessato ad approfondire l’argomento, segui il link all’articolo: www.maneggiareconcura.org/interventi-assistiti-con-gli-animali/inclusione/

  • Differenza tra colonna normale e colonna scoliotica
    Interventi Assistiti con gli Animali,  Terapia Assistita con il Cavallo

    Scoliosi e Riabilitazione Equestre

    Precauzioni e controindicazioni da tenere presenti prima di andare a cavallo.

    Quando si parla di scoliosi raramente vi si associa l’equitazione. Chi soffre di questo disturbo, con ogni probabilità, si sarà sentito vietare di andare a cavallo. In realtà, con le dovute precauzioni e conoscendo le dovute controindicazioni, possiamo constatare un utile spazio applicativo. Abbiamo chiesto, così, al Dott. Bruno Antonio, medico Ortopedico e Responsabile di Progetto/Referente di Intervento TAA (Terapie Assistite con gli Animali) di parlarci della scoliosi e di esporci quali considerazioni è necessario fare prima di affrontare un’attività di Riabilitazione Equestre in queste situazioni.

    Che cos’è la scoliosi?

    Domanda: “Prima di addentrarci nel discorso relativo alla Riabilitazione Equestre e Scoliosi, Dott Bruno, può chiarirci che cosa si intende nello specifico quando si parla di scoliosi?”

    Dott Bruno: ” La scoliosi è una deformità della colonna vertebrale che implica una curvatura laterale associata ad una rotazione lungo il suo asse longitudinale. Affrontiamo meglio la questione facendo innanzitutto chiarezza sulla differenza tra: 

    • Scoliosi
    • Atteggiamento scoliotico

    La scoliosi è una patologia irreversibile se si raggiunge la maturità somatica e sessuale, cioè quando si  è completato l’accrescimento del corpo, altrimenti può essere in tutto od in parte reversibile; l’atteggiamento scoliotico invece è una apparente deformità, ben correggibile, anche attivamente, da parte del soggetto”.

    Scoliosi ed atteggiamento scoliotico (Immagine dal web)

    Le  cause della scoliosi

    Domanda: “Che cosa causa la scoliosi?”.

    Dott Bruno: ” Nella maggior parte dei casi la scoliosi si manifesta senza che sia presente una causa nota. Più raramente è presente sin dalla nascita. Può essere anche la conseguenza di una patologia neuromuscolare. Le ragioni che portano all’insorgere della patologia possono essere diverse, e vanno dalle malformazioni congenite alla trasmissione genetica, dalle problematiche muscolari come la distrofia muscolare o l’atrofia muscolare secondaria a malformazioni del midollo spinale. In alcuni casi può essere la conseguenza di un grave trauma cerebrale con paralisi muscolari più o meno estese o può essere secondaria a tumori cerebrali o del midollo (evenienza rarissima).”

    Esempio di colonna scoliotica (Immagine dal web)

    Quali trattamenti in caso di scoliosi?

    Domanda: “Quali sono secondo il suo parere di esperto i trattamenti più idonei nella scoliosi?“.

    Dott Bruno: “Quando la curvatura della colonna è di lieve entità intervenire con l’attività fisica non può che apportare benefici poichè migliora la postura e si ottiene un rinforzo dei muscoli paravertebrali. Nei casi gravi è necessario agire con strumenti di supporto e correzione come ad esempio busti ortopedici, che andranno accompagnati da fisioterapia. Infine, nei casi gravissimi sarà necessario un intervento chirurgico, altrimenti il rischio è quello di andare incontro a complicazioni di natura neurologica, respiratoria o cardiologica. Come succede per ogni altra patologia che coinvolga muscoli e ossa, anche la scoliosi deve essere trattata dietro consulto medico“.

    Postura durante il nuoto (Immagine dal web)

    Scoliosi e attività fisica

    Domanda: “Ha parlato di attività fisica nel caso di scoliosi lieve, ma quale attività sportiva si può suggerire a chi soffre di questa patologia?“.

    Dott. Bruno: “La scoliosi, soprattutto se lieve o moderata non controindica nella maniera più assoluta la pratica di un’attività sportiva, qualunque essa sia, purchè non si tratti di un’intensa attività agonistica con carichi massimali a livello della colonna vertebrale”.

    Il mito del nuoto

    Domanda: “Un tempo si diceva che il nuoto rappresentava un valido metodo di cura, quasi l’unico, grazie alla sua specifica caratteristica di essere praticato in galleggiamento, cioè senza l’influenza della forza di gravità. Inoltre, permette uno sviluppo armonioso e globale di tutto l’apparato muscolare ed in particolare della muscolatura che “sostiene la colonna”. Dott Bruno cosa ci dice in proposito? Il nuoto è davvero l’unico sport da consigliare a chi soffre di scoliosi?”.

    Dott. Bruno: “Come afferma anche il Dott Farina:

    “ quando nuotiamo per spingerci in avanti dobbiamo costantemente muovere le gambe. Questo ci permette di muoverci in acqua e spostarci dal punto A al punto B. Affinché le gambe restino a galla, tuttavia, bisogna fare uno sforzo particolare per allinearle al filo dell’acqua, determinandosi una accentuazione della fisiologica lordosi lombare, già più evidente in chi è affetto da scoliosi. Un  altro elemento che potrebbe  influire nell’aggravamento di una  scoliosi è poi quello della torsione della colonna vertebrale, e i tipici movimenti delle bracciate lo favoriscono in maniera non indifferente”.

    Inoltre anche il Dott Formica afferma che il nuoto è uno sport completo per gli arti, il cuore ed  i polmoni, ma non per la schiena: la colonna è progettata per affrontare la forza di gravità e a questo la si deve allenare.

    Cio non significa che il nuoto sia controindicato, anzi come tutti gli sport non crea problemi purché lo si pratichi con criterio. Recenti studi condotti dall’Istituto scientifico italiano colonna vertebrale (Isico) hanno dimostrato come nei casi più gravi il nuoto non solo non apporti nessun beneficio, ma possa essere addirittura controproducente. Rende la colonna vertebrale più mobile e di conseguenza più “deformabile”.  Possiamo quindi sfatare questo mito, tenendo comunque sempre conto che qualsiasi attività sportiva si intraprenda una cosa importantissima da fare è quella di  non improvvisare, affidandosi attentamente ai consigli degli esperti, siano essi medici specialisti e/o istruttori che abbiano dimestichezza nel trattamento di questa patologia”.

    Torsione della colonna nel nuoto (Immagine dal web)

    Scoliosi ed Equitazione

    Domanda: “Sentiamo dire che spesso un soggetto che presenta scoliosi non può fare Equitazione E’ esattamente così?”.

    Dott Bruno: “Diversi studi hanno invece dimostrato che in soggetti scoliotici l’equitazione può essere un ottimo elemento da associare alla terapia di base della malattia, in quanto stimola molto l’equilibrio, allena la muscolatura paravertebrale e richiede un continuo controllo posturale (cioè si stimola quel meccanismo di verifica e correzione della posizione e dei movimenti nello spazio denominato “controllo propriocettivo”). 

    Non è vero che andando a cavallo il peso grava sulla colonna, ma in un assetto corretto esso si scarica sulle ginocchia che fungono anche da ammortizzatori. Solo molto raramente l’equitazione e’ sconsigliabile, in situazioni di particolare impegno agonistico che  saranno valutate da un esperto istruttore.

    Non c’è motivo quindi per proibire l’equitazione ai soggetti con scoliosi purchè praticata a livello non agonistico. 

    Il peso non grava sulla colonna vertebrale

    Quando la scoliosi diventa una controindicazione per la Riabilitazione Equestre?

    Domanda. “Quando l’Equitazione rappresenta una controindicazione assoluta per i soggetti che soffrono di scoliosi?

    Dott Bruno: “La scoliosi rappresenta una controindicazione alla Riabilitazione Equestre solo se è grave  (valutazione effettuata calcolando l’ampiezza dell’angolo di Cobb che  permette di quantizzare l’entità della deviazione scoliotica) e/o in fase evolutiva (rilievo di aggravamento a seguito di controlli periodici).

    Oltre a questo è bene precisare che il Centro di Riabilitazione Equestre deve avere a disposizione, in questi casi, un cavallo idoneo per il tipo specifico di intervento richiesto. Scelte che vanno valutate caso per caso dal medico, dal Referente di Intervento per le TAA e dal Veterinario esperto in Interventi Assistiti con gli Animali.

    La scoliosi molto grave costituisce una controindicazione all’equitazione

    Assetto in sella

    In sella abbiamo due componenti da prendere in considerazione: l’allineamento del corpo sul baricentro del cavallo, componente statica, e l’assetto, componente dinamica, ovvero l’equilibrio che dobbiamo mantenere quando il cavallo è in movimento.

    L’equilibrio ci permette di assecondare le ondulazioni della colonna vertebrale del  cavallo  durante la locomozione, permettendo una distribuzione simmetrica del nostro peso attorno al centro della sella. Tale condizione è mantenuta durante il movimento solo se possediamo:

    • una certa scioltezza,
    • rilassamento muscolare necessario  per seguirne il movimento
    • tonicità che permette di non compiere gesti involontari non necessari e quindi dannosi. 

    Ne consegue che la posizione in sella è in funzione della corretta distribuzione del nostro peso sul dorso del cavallo, dell’assenza di contrazioni inutili che altererebbero  postura e sensibilità del cavaliere.

    L’assetto è funzionale all’equitazione, come scrive il cavaliere olimpico W. Steinkraus:

    ‘un mezzo per raggiungere un fine, più che un fine per se stesso’.

    L’assetto è  anche un  importante ‘vocabolo’ nel  ‘linguaggio degli aiuti’, fondamentale nella comunicazione tra cavaliere e cavallo.

    La componente dinamica dell’assetto in sella

    L’equilibrio su un corpo che si muove non può che variare seguendo le ondulazioni della colonna vertebrale, motivo per cui, l’equilibrio su di un cavallo che si muove, non è statico e può essere mantenuto solo se il cavaliere ha un assetto sciolto. È inoltre  indispensabile  che il cavaliere abbia cura di distribuire in egual misura il proprio peso attorno al centro della sella.

    Nell’assetto da equitazione gli arti inferiori non devono sostenere il carico del peso corporeo, ma servono a dare maggiore stabilità ed equilibrio al tronco. Il piede dovrebbe, con elasticità della caviglia, ammortizzare e scaricare il peso dell’arto sulla staffa.

    Assetto in sella

    Migliorare l’assetto a cavallo

    Diversi studi sperimentali hanno confermato, attraverso misurazioni elettromiografiche, che gli schemi motori complessi del tronco e del bacino del cavaliere corrispondono a grandi linee ai pattern motori specifici del cammino umano.

    Durante il cammino del cavallo in linea retta le forze e le stimolazioni motorie trasmesse al cavaliere risultano alquanto complesse ed impegnative; ogni volta poi che viene introdotto un cambiamento di direzione, di velocità o di terreno e ogni volta che il cavallo cambia ritmo, falcata o cadenza, il cavaliere deve riadeguare le proprie risposte motorie per poter mantenere l’equilibrio

    Tutti noi abbiamo un certo bagaglio di esperienze motorie al quale attingiamo ogni volta che dobbiamo affrontare un compito motorio nuovo. A cavallo ogni cavaliere tenderà a riproporre esattamente gli schemi posturali e motori utilizzati nella vita quotidiana, che possono essere più o meno funzionali, ma che non necessariamente rispondono ai parametri di simmetria, equilibrio, elasticità ed economicità fondamentali per raggiungere una sintonia motoria con il cavallo. Migliorare l’assetto  a cavallo costituisce un percorso individuale di presa di coscienza del proprio corpo e tale processo deve essere guidato ed incoraggiato da una persona esperta, attenta, preparata e sensibile.

    Fonte: (Meike Raupach, in “Assetto: elementi di chinesiologia applicata” in A.Pasquinelli, M.Papini, P.Allori, “Manuale di Riabilitazione Equestre”, Sorbello Editore, 2009).

    Considerazioni finali

    L’Equitazione ed il lavoro in sella non rappresenta una controindicazione per la scoliosi tout court. È fondamentale precisare che un’attività a cavallo fine a sè stessa, che non tiene conto di tutti gli accorgimenti su elencati, non solo non produce alcun beneficio, ma potrebbe essere causa di peggioramenti della condizione iniziale.

    Ribadiamo, per l’importanza che riveste la questione, che è fondamentale che il programma riabilitativo sia predisposto e messo in opera da personale competente. Solo un programma riabilitativo studiato appositamente per la singola persona presa in carico, stilato dal medico esperto in TAA, dal Referente di Intervento in TAA e dal veterinario esperto in IAA, può riuscire ad apportare benefici.

    È fondamentale pertanto stilare un programma che preveda valutazioni periodiche e che consenta aggiustamenti in itinere qualora la riabilitazione non proceda secondo aspettative.

    Ringraziamenti

    Ringraziamo il Dott Antonio Bruno, medico ortopedico e Responsabile di Progetto/Referente di Intervento TAA e Martina del Santa Fara Horse Club per le foto.

    Link interessanti

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  • Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione
    Interventi Assistiti con gli Animali

    Le 3 i: Inserimento, Integrazione ed Inclusione

    Tre parole su cui fare chiarezza, perchè non è solo una scelta casuale di termini…

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

    Inserimento, Interazione, Inclusione: tre termini su cui tantissimi pedagogisti hanno versato fiumi di inchiostro.

    Il termine integrazione è emerso negli anni ’80, a seguito delle prime leggi sull’integrazione scolastica, per preparare ad una logica maggiormente incentrata sui bisogni della persona disabile.

    Inclusione è un termine più ampio e si rifà alla necessità di rispondere in maniera più puntuale ai bisogni speciali.

    Entrambi i termini però non possono sussistere senza comprenderne anche un altro e cioè quello di inserimento.

    Inserimento-Integrazione-Inclusione portano in sé rispettivamente un’idea di sviluppo, di diversità e di persona.

    Vediamo più da vicino il significato dei singoli termini

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

    Il termine inserimento si riferisce ad una pura e semplice introduzione fisica. La logica dell’inserimento riconosce il diritto alle persone con disabilità di avere un posto nella società. Garantisce l’inserimento fisico, ma non interviene sulla qualità di questa presenza.

    Il termine integrazione assume un’estensione più ampia puntando sulla qualità degli interventi. Punta l’attenzione sulla necessità di rimettersi totalmente in gioco.

    Il termine inserimento invece indica una prospettiva ancora più ampia. Rappresenta una disponibilità ad accogliere, considerando a priori lo sfondo valoriale.

    Inclusione ed accoglienza

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione
    Diritto alla diversità

    Sul piano dell’inclusione l’accoglienza non è condizionata dal volere della maggioranza, ma scaturisce dal comune diritto alla diversità. Diversità che potremmo comprendere ovviamente anche in senso più ampio, non comprendendo solo la disabilità, ma anche molteplici altre situazioni.

    È sul piano dell’essere che diventiamo soggetti tutti uguali.

    L’handicap obbliga a mettersi in gioco, a guardare la realtà da un altro punto di vista; obbliga a capire che ogni uomo non è importante per quanto riesce a produrre, per il posto in società che riesce a conquistare, ma perché è unico.

    “In ogni persona esiste qualcosa di molto, molto particolare e prezioso” (Claudio Imprudente).

    Presupposto fondamentale per superare alcune resistenze culturali è partire dall'”essere quale condizione che ci rende tutti uguali. Ogni persona vale ed ognuna è da valorizzare con le sue differenze.

    Quindi è sul piano dell’essere che diventiamo soggetti tutti uguali, uguali anche se diversi.

    La differenza che arricchisce.

    Valorizzare le differenze

    Mentre sul piano dell’esistere non c’è riferimento a quantità, sul piano della differenza le quantità si possono legittimare. Ciò fa sì che dividendo il mondo in “normali” e “anormali” gettiamo le basi per delle operazioni discriminanti.

    Assumere il problema dell’handicap non come problema della discriminazione, ma come problema delle differenze, ci consente di impostare bene il discorso sull’inclusione.

    Una scena del film “Dietro la maschera” – 1985

    Se non avessimo le differenze verrebbe meno la percezione dell’alterità, ossia della diversità che si risolve in unità, ma non in confusione (dal latino –confūsĭo, confusionis- , cioè sciogliersi insieme).

    L’uso di una terminologia errata sottende significati più profondi.

    Finché si continuerà a parlare di “inserimento” delle persone disabili in gruppi di persone “normali“, di qualunque attività si stia discutendo, siamo anni luce lontano dal concetto di inclusione sociale.

    Sviluppare una cultura dell’inclusione significa attrezzarsi non solo per accettare il diverso, ma disporsi a modificare continuamente il contesto. Per usare le parole di Giorgio Gaber:

    soltanto sviluppando le risorse dell’ambiente può “rinascere il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo”.

    È “qualcosa” che prima di proclamare bisogna trovare dentro sè stessi.

    L’inclusione come l’acqua

    H2O formula chimica dell'acqua

    Per spiegare ancora meglio il concetto riprendo una similitudine fatta tante volte dal un mio professore universitario, ossia quello di una formula chimica. Prendiamo per esempio quella dell’acqua.

    L’acqua è composta da 2 parti di H e da 1 di O. Cosa accade quando i due elementi si uniscono nel legame chimico? Di certo non si ha un aumento di H a scapito dell’O, ovvero non avremo H3, né viceversa avremo un aumento dell’O  a danno dell’H, ossia O3, ma avremo un uno stretto legame tra i due elementi proteso a formare semplicemente H2O, cioè un prodotto diverso dai due componenti iniziali: l”acqua”.

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

    Nell’acqua però tutti e due gli elementi si ritrovano e tutti e due a pari merito. Viene meno la possibilità d fare confronti: se uno dei due elementi non partecipa al processo l’acqua non si forma!

    Uscendo dall’esempio, ci deve essere un incontro a metà strada tra i due universi che permetta la relazione, cioè l’adattamento continuo alla novità dell’altro.

    L‘inclusione si realizza quando determina una situazione nuova (l’acqua) alla quale tutti contribuiamo. In questa relazione ognuno dà secondo le sue possibilità, perchè l’unico piano sul quale si possono fare confronti è appunto quello dell'”essere”, cioè sul valore della persona.

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

    Ognuno deve dare all’altro e deve essere disponibile al cambiamento.

    Quando siamo in una relazione interpersonale ci modifichiamo: cambia qualcosa dentro di noi, altrimenti non potremmo parlare di relazione.

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione
    Una scena del film “Quasi amici” – 2011

    Per poter ottenere una vera inclusione e non un inserimento ci deve essere la disponibilità al cambiamento. Il nostro rapporto con il cambiamento, quindi con la novità, subisce uno stato ambivalente, quello cioè di desiderio e di paura. Lo desideriamo, ma la radice della resistenza è l’ignoto che costituisce sempre una minaccia. Noi infatti abbiamo bisogno di rapporti consolidati con le cose che conosciamo. Finchè ci sentiamo detentori di alcuni diritti che devono rimanere immutati non potremo mai avere inclusione.

    L’inclusione sarà reale solo quando saremo disponibili a modificare certe nostre abitudini, dando la precedenza alla relazione, ma attraverso la reciprocità.

    Da tutto ciò emerge che un processo riabilitativo ed educativo non può fare esclusivo riferimento al soggetto disabile, che si parli di Riabilitazione Equestre (argomento chiave di questo blog) o di qualsiasi altro intervento.

    In questo discorso di crescita non interessa la quantità di apprendimento, ma interessano soprattutto l’uguaglianza di opportunità e le occasioni che vengono offerte allo sviluppo dei diversi soggetti. Fondamentali sono anche le alleanze tra famiglie, servizi… istituzioni di vario tipo sostenute, cosa non da poco, da normative coerenti.

    Le 3 I: Inserimento, Integrazione, Inclusione

    L’inclusione sociale nelle azioni quotidiane

    Quanto la nostra società è vicina al concetto di inclusione sociale? E quanto lavoro c’è ancora da fare in tal senso?

    Alla luce di quanto esposto fin’ora, vorrei invitare ad una riflessione: quante volte accanto all’espressione “inclusione sociale” segue immediatamente con molta nonchalance anche: “dei disabili”?

    Vorrei concludere la riflessione citando una frase di  Jacopo Mellio:

    “Quando inizieremo a vedere un disabile come una persona ordinaria anziché “speciale” sarà una grande conquista per la società”.

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